VISITA PASTORALE
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Il card. Arcivescovo Severino Poletto visiterà la nostra Unità Pastorale dal 5 al 14 ottobre

Venerdì 31 agosto ho avuto la possibilità di essere ricevuto, insieme al moderatore dell’ UP21 don Marco di Matteo parroco dei Santi Apostoli, dal Card. Arcivescovo Severino Poletto al quale ho proposto alcune domande, in vista della sua prossima visita pastorale alla nostra Unità Pastorale 21. E’ stato un incontro molto cordiale e l’intervista che ne è scaturita e di cui vi propongo la lettura, ci aiuterà ad comprendere quanto egli sia vicino alle nostre comunità.

Nel suo intervento pronunciato a conclusione del convegno diocesano, che presentava i risultati delle Missioni diocesane di questi ultimi 5 anni, Lei tra le altre cose, ha detto che: “non basta più stare bene col piccolo gregge, ma è necessario uscire dal tempio, non solo per cercare la pecorella smarrita ma forse le altre novantanove”.
Può spiegare che cosa intende per “uscire dal tempio”?

L’espressione uscire dal tempio per me ha un solo significato: quello di far crescere nei cristiani, a cominciare dal vescovo, dai sacerdoti, dai diaconi, dalle persone consacrate e dai laici, la convinzione che Gesù ci ha mandati nel mondo ad evangelizzare tutti, a portare la sua buona notizia di salvezza, che è poi Lui stesso, a tutti. Il grande pericolo delle nostre parrocchie o di tanti gruppi parrocchiali è quella di chiudersi in se stessi dimenticando i tanti, non solo quelli che non frequentano ma che non la pensano più come noi. Noi dobbiamo preoccuparci perché non c’è solo la pecorella smarrita che dobbiamo andare a cercare, sicuri che le altre novantanove siano con noi. Qualche volta abbiamo l’impressione che questa parabola di Gesù ai nostri giorni si sia un po’ invertita: forse abbiamo con noi una o poche pecorelle e novantanove sono fuori dal gregge. Ecco che cosa intendevo per “uscire dal tempio”.
Naturalmente le forze sono ridotte, i sacerdoti sono diminuiti, ma la grazia di Dio non diminuisce. La grazia di Dio si serve di tutti. Anche i laici devono prendere coscienza di dover svolgere una missione, quindi una responsabilità missionaria nella chiesa.

Nonostante l’impegno dei sacerdoti, delle suore e le persone impegnate, notiamo che molte famiglie, dopo aver fatto un lungo cammino di catechesi, quasi sempre in occasione del catechismo dei loro figli , si allontanano. Questo scoraggia non poco!
Certo, può nascere un senso di scoraggiamento nel vedere che nonostante i tanti sforzi che facciamo per interessare e avvicinare la gente, i risultati ottenuti sono scarsi. Questo capita anche nelle missioni diocesane che ho proposto proprio per portare la voce del Vangelo, in modo particolare per avvicinare i lontani.
Uno può dire: “abbiamo fatto tanti sforzi e i risultati sono pochi”.
Direi che bisogna star molto attenti a non pretendere di poter misurare noi i risultati. Perché la grazia di Dio cammina nel cuore della gente in modo invisibile e a noi sconosciuto. A noi è chiesto solo di dare l’annuncio, di essere un segno, di essere visibili. Poi quello che avviene nel cuore degli altri lo conosce solo Dio. E Dio non va mai in vacanza. Ama gli uomini e continua ad amare quelli che noi giudichiamo lontani.

Capita talvolta di vedere persone che lasciano la frequentazione delle nostre parrocchie e aderiscono alla fede dei Testimoni di Geova o a qualche altra aggregazione religiosa, diventando poi molti attivi nel proselitismo porta a porta.
Perché avviene questo? Eppure nelle nostre comunità non mancano certo le occasioni di incontro e le proposte di attività.

Mi raccontava l’arcivescovo di San Paolo che, in Brasile, molti poveri vengono “convertiti”, alle centinaia di sette, attraverso l’utilizzo di grandi risorse economiche. Alcune reti televisive raccolgono soldi da questa povera gente promettendo loro lavoro o una casa, promessa poi non mantenuta, ma intanto con questo sistema riescono a far abbassare, ogni anno, di uno o due punti percentuali il numero dei cattolici del Brasile.
Ora, da noi, il fenomeno è meno rilevante almeno per quanto riguarda il proselitismo.
Il fatto che qualcuno abbia aderito ai Testimoni di Geova o ad altre aggregazioni religiose perché possono aver trovato un’accoglienza più calda oppure qualche aiuto specifico non deve mandare in crisi le nostre comunità che già offrono testimonianza di carità e accoglienza, come le vostre parrocchie con i centri di accoglienza  per gli stranieri, le mense dei poveri, i  centri di ascolto.
Chi aderisce ad altre aggregazioni religiose lo fa perché non ha una buona formazione cattolica e pertanto non ha una fede ben radicata.
Quando ero parroco mi è capitato di sapere che una famiglia o due avevano aderito ai Testimoni di Geova, ma non sono andato in crisi.
Noi dobbiamo continuare ad essere propositivi, coerenti e soprattutto con la nostra vita cristiana essere dei testimoni credibili, e poi se qualcuno se ne va,… insomma: su dodici apostoli anche Giuda se n’è andato.

Ha da poco ricordato il suo 50° anniversario di ordinazione sacerdotale, e nella lettera per la Quaresima “SOPRATTUTTO PRETE”, quando parla della sua vocazione individua tre soggetti essenziali: la famiglia, la parrocchia ei preti.
Dalla famiglia ha avuto la grazia di conoscere, credere e amare Dio; dalla parrocchia l’incontro con la comunità nelle celebrazioni liturgiche e da lì suo desiderio di essere prete per servire gli altri. Ed in fine l’incontro con quella particolare figura di sacerdote felice ed entusiasta, che le ha fatto percepire con chiarezza la chiamata di Gesù.
La crisi di vocazioni di questi ultimi anni è, secondo Lei una conseguenza di una diffusa incapacità delle famiglie , delle parrocchie e dei sacerdoti di saper sostenere il desiderio di vocazione sacerdotale dei nostri giovani?

Non farei la scelta di una causa rispetto ad un’altra. C’è un complesso di motivazioni per cui oggi scarseggiano le vocazioni rispetto a un tempo che, messe tutte insieme, finiscono per avere un peso negativo nel cuore dei giovani. I giovani oggi hanno in testa più la cultura  del benessere, del consumismo, del divertimento che il sentimento del sacrificio e dell’impegno. Facciamo fatica anche ad averli nei gruppi parrocchiali e, se abbiamo la fortuna che vengono a fare gli animatori o ad andare a un campo scuola , riusciamo ancora a coinvolgerli abbastanza bene.
Ma quando cominciamo a chiedere loro un’ora di preghiera alla settimana, un quarto d’ora di preghiera quotidiana personale, una direzione spirituale sistematica una volta la mese, lei vedrà che questo gruppo si assottiglierà ancora di più.
Purtroppo siamo immersi in una cultura  e in una mentalità, propagandata dai giornali e dalla televisione, dove i valori cristiani sono eclissati e dove emergono prepotentemente i valori materiali: lo star bene, il divertirsi, la discoteca…
Aggiungiamo  a tutto ciò che le  famiglie d’oggi, o perché hanno un figlio solo o perché sono proprio mancanti di una proposta cristiana (abbiamo ragazzi che arrivano al catechismo a sei, sette anni e che in famiglia non hanno imparato neanche a fare il segno della croce) e abbiamo trovato un insieme di cause.
Se dovessi pormi una domanda sul piano vocazionale mi chiederei:”che cosa manca? Lo chiedo a me stesso e lo chiedo ai vostri sacerdoti che so essere esemplari nella loro vita e anche zelanti ed essere figure positive nelle vostre parrocchie.
Forse, e lo dico ai sacerdoti con tanta fraternità e dolcezza, manca il coraggio di proporre esplicitamente a dei ragazzi buoni, l’ipotesi di donare la vita a Gesù Cristo. Perché i ragazzi buoni non mancano; ci sono ragazzi meravigliosi con una grande generosità a cui il parroco o il viceparroco dica loro: “ma tu non hai mai pensato di donare la vita al Signore al servizio della comunità e fare il sacerdote?”
Non si tratta di forzare la volontà di alcuno ma di fare una proposta di vita.

I nostri giovani faticano a trovare una collocazione lavorativa stabile che garantisca loro la possibilità di programmare un futuro.  Vede delle soluzioni concrete e proponibili al riaffermarsi della famiglia come era intesa un tempo?
Non ho formule magiche per risolvere questo problema. Intanto vedo che la precarietà del lavoro o addirittura la disoccupazione e il non avere prospettive di un futuro abbastanza garantito, almeno come reddito, indubbiamente rallenta o impedisce ai nostri ragazzi di costruirsi una famiglia con l’impegno del sacramento. Questo facilita le convivenze e  i rapporti prematrimoniali. Ma questa constatazione, aggravata dal fatto che tanti giovani hanno i genitori separati o  risposati e hanno visto nella loro famiglia di origine un fallimento o una precarietà, rende più difficile la proposta di una famiglia fondata su matrimonio stabile che duri per tutta la vita.
C’è un messaggio che voglio dare alle vostre comunità che si preparano alla visita pastorale: dobbiamo stare tutti attenti che non si finisca per creare una assuefazione, in noi sacerdoti,  in voi genitori, negli animatori pastorali, negli animatori di gruppo, ad un costume che sta diffondendosi per cui lentamente anche i buoni dicono “ ma fan tutti così…quello va in vacanza con la fidanzata…, vanno in un albergo…, prendono una camera insieme come fossero sposi…, ecc…. Ormai, se non si riesce a dire che non si può fare diversamente, creiamo anche in noi l’assuefazione.
Certo io non posso impedire che questo avvenga o imporre le mie convinzioni, ma devo ricordare il valore della castità prima del matrimonio.
Poi come Arcivescovo e come cittadino cristiano di questa città, devo avere l’attenzione sull’aspetto lavorativo, sull’occupazione, sollecitando le forze istituzionali ed imprenditoriali ad avere una sensibilità sociale più forte e non solo a pensare ai loro interessi o di partito, ma a pensare alla responsabilità sociale che hanno, non per fare solo profitti, ma per creare nuovi posti di lavoro e creare sviluppo

Dai suoi interventi presso le parti sociali ha poi avuto una rispondenza nei fatti?
Ho ricevuto e ricevo spesso i sindacalisti di aziende in crisi che mi chiedono sostegno e interessamento. Penso che sia mio dovere richiamare, incontrare sindacati, disoccupati, cassaintegrati, il sindaco, le istituzioni , la Regione e poi le proprietà. Diverse volte ho incontrato la proprietà della Fiat e di altre aziende in crisi. Come pastore di questa chiesa non guardo solo la parte spirituale, ma guardo anche la parte umana e sociale e cerco come mi è possibile, di sensibilizzare in questo verso.
In occasione della festa di San Giovanni, ho detto che se le industrie sono state per tanto tempo in un posto, hanno delle responsabilità verso la gente che lavora per loro conto. In seguito, in una azienda, hanno fatto un accordo positivo con sindacati e lavoratori. I dirigenti torinesi sono poi venuti da me, per comunicarmi il risultato del loro accordo. Ciò vuol dire che quello che avevo detto a San Giovanni era arrivato alle orecchie giuste.
Una certa risposta e attenzione alla voce della chiesa c’è e il nostro ufficio di pastorale sociale del lavoro diocesano, è sempre stato con gli occhi aperti sulle realtà e, quindi, mi segnala le situazioni e, quando posso, intervengo.

Nei giorni della sua visita alla nostra Unità Pastorale incontrerà centinaia di persone, molte desidereranno  solo starle vicino e pregare con lei, altre vorrebbero parlarle dei propri affanni e si aspettano da lei quella parola nuova che li aiuti nel loro percorso di vita.
Io ad esempio mi aspetto che lei ci porti un “dono”. Quale potrebbe essere? E al temine della sua visita che “dono” si aspetta di ricevere da noi?

Come dono vorrei portarvi con la testimonianza, non solo a parole ma coi fatti, che l’Arcivescovo vi vuole bene. Che il vescovo e vicino a voi, anche se non materialmente quotidianamente..
Vorrei portarvi in dono un’idea nuova del Vescovo perché la gente pensa che il Vescovo sia lontano dalla realtà. Venendo in visita pastorale (e questo l’ho constatato in questi anni in cui ho visitato ormai i 5/6 delle parrocchie, tutti hanno questa percezione di un Vescovo così alla mano così vicino.  Io vorrei portarvi in dono questa testimonianza credibile e vorrei essere credibile sotto questo aspetto.
Come dono vorrei ricevere da voi l’impegno che questa novità delle Unità Pastorali non è un pallino dell’Arcivescovo ma è la strategia pastorale per i tempi che ci stanno davanti cioè che, se le parrocchie vicine non si mettono in rete a lavorare tra loro, se i preti non si danno una mano con interscambio, noi non salviamo la fede delle nostre parrocchie.
Sarà sempre peggio! Le unità pastorali sono una organizzazione della Pastorale della chiesa utile per garantire il livello di vita cristiana e di fede indipendentemente dalla variabile dei preti , perché deve crescere la coscienza e la responsabilità dei laici..
Quando verrò a fare gli incontri programmati, coi giovani, con gli anziani, gli operatori pastorali, io dirò qualche cosa ma poi starò lì ad ascoltare le vostre domande..
Io vengo per dire ma soprattutto per ascoltare..
L’unità pastorale sia accolta con più convinzione e portata avanti con più decisione. Secondo me è la soluzione della pastorale dei prossimi decenni..
Già oggi è così, quando muore un sacerdote e devo sostituirlo, chiedo agli altri parroci della unità pastorale come possono farsi carico di quella parrocchia, perché vede dalla diocesi il rifornimento è sempre più scarso, siamo in riserva già da un po’.

In questi otto anni da che lei è il nostro arcivescovo, mi può dire quali sono stati i momenti belli e quelli meno belli?
I momenti belli sono quelli delle visite pastorali, quando sto in mezzo alla gente, perché l’Arcivescovo non è solo quello che fa le grandi celebrazioni necessarie in una diocesi perché c’è anche la necessità di prendere coscienza che si è parte viva di una chiesa diocesana sotto la guida di un successore degli apostoli. Sul vostro giornale (n° 3/2007) è stato spiegato bene cosa vuol dire successore degli apostoli e quanto siano importanti gli apostoli come fondamento della Chiesa, perché essi sono l’anello che ci unisce a Gesù Cristo.
Una delle cose che ricordo con tanta gioia, è proprio lo stare in mezzo a tante gente. Le visite pastorali mi danno veramente questo grande respiro. Stancano fisicamente ma mi gratificano molto sul piano della mia vocazione di vescovo e di prete.
Tra le cose non belle c’è certamente la scarsità di vocazioni che  è uno dei problemi che sento di più e poi la fatica di evangelizzare. Nel mio cuore e credo anche nel cuore dei preti, c’è che siamo stati chiamati a portare il Vangelo, parlare di Gesù e ci accorgiamo che dobbiamo parlare di Gesù a persone che non hanno voglia di ascoltarci. Questo e duro per la nostra missione..
Come Paolo che all’Areòpago di Atene parla in modo brillante e dice: “ ho visto che avete costruito un  altare al dio ignoto, voi siete intelligenti perché avete capito che tra tutte le vostre divinità forse c’è un dio che non conoscete ancora. Io se permettete vi annuncio chi è”.
Paolo parla di Gesù Cristo, parla di risurrezione. Appena sentito parlare di risurrezione dei morti, alcuni dei presenti cominciarono  a deridere Paolo. Altri gli dissero: “su questo punto ci sentiremo un’altra volta” (Att.17,16-34) e lo lasciarono solo con Dionigi, che è interessato all’annuncio di Paolo.

Ringrazio il cardinale arcivescovo per averci donato parte del suo tempo e per averci accolto così familiariamente.
L’aspettiamo monsignor Poletto.

a cura di Lino Bagnato