
Venerdì 31 agosto ho avuto la possibilità di essere ricevuto, insieme al moderatore dell’ UP21 don Marco di Matteo parroco dei Santi Apostoli, dal Card. Arcivescovo Severino Poletto al quale ho proposto alcune domande, in vista della sua prossima visita pastorale alla nostra Unità Pastorale 21. E’ stato un incontro molto cordiale e l’intervista che ne è scaturita e di cui vi propongo la lettura, ci aiuterà ad comprendere quanto egli sia vicino alle nostre comunità.
Nel suo intervento pronunciato a conclusione del convegno
diocesano, che presentava i risultati delle Missioni diocesane di
questi ultimi 5 anni, Lei tra le altre cose, ha detto che:
“non basta più stare bene col piccolo gregge, ma
è necessario uscire dal tempio, non solo per cercare la
pecorella smarrita ma forse le altre
novantanove”.
Può spiegare che cosa intende per “uscire dal
tempio”?
L’espressione uscire dal tempio per me ha un solo
significato: quello di far crescere nei cristiani, a cominciare
dal vescovo, dai sacerdoti, dai diaconi, dalle persone consacrate
e dai laici, la convinzione che Gesù ci ha mandati nel
mondo ad evangelizzare tutti, a portare la sua buona notizia di
salvezza, che è poi Lui stesso, a tutti. Il grande
pericolo delle nostre parrocchie o di tanti gruppi parrocchiali
è quella di chiudersi in se stessi dimenticando i tanti,
non solo quelli che non frequentano ma che non la pensano
più come noi. Noi dobbiamo preoccuparci perché non
c’è solo la pecorella smarrita che dobbiamo andare a
cercare, sicuri che le altre novantanove siano con noi. Qualche
volta abbiamo l’impressione che questa parabola di
Gesù ai nostri giorni si sia un po’ invertita: forse
abbiamo con noi una o poche pecorelle e novantanove sono fuori
dal gregge. Ecco che cosa intendevo per “uscire dal
tempio”.
Naturalmente le forze sono ridotte, i sacerdoti sono
diminuiti, ma la grazia di Dio non diminuisce. La grazia di Dio
si serve di tutti. Anche i laici devono prendere coscienza di
dover svolgere una missione, quindi una responsabilità
missionaria nella chiesa.
Nonostante l’impegno dei sacerdoti, delle suore e le
persone impegnate, notiamo che molte famiglie, dopo aver fatto un
lungo cammino di catechesi, quasi sempre in occasione del
catechismo dei loro figli , si allontanano. Questo scoraggia non
poco!
Certo, può nascere un senso di scoraggiamento nel
vedere che nonostante i tanti sforzi che facciamo per interessare
e avvicinare la gente, i risultati ottenuti sono scarsi. Questo
capita anche nelle missioni diocesane che ho proposto proprio per
portare la voce del Vangelo, in modo particolare per avvicinare i
lontani.
Uno può dire: “abbiamo fatto tanti sforzi e i
risultati sono pochi”.
Direi che bisogna star molto attenti a non pretendere di
poter misurare noi i risultati. Perché la grazia di Dio
cammina nel cuore della gente in modo invisibile e a noi
sconosciuto. A noi è chiesto solo di dare
l’annuncio, di essere un segno, di essere visibili. Poi
quello che avviene nel cuore degli altri lo conosce solo Dio. E
Dio non va mai in vacanza. Ama gli uomini e continua ad amare
quelli che noi giudichiamo lontani.
Capita talvolta di vedere persone che lasciano la
frequentazione delle nostre parrocchie e aderiscono alla fede dei
Testimoni di Geova o a qualche altra aggregazione religiosa,
diventando poi molti attivi nel proselitismo porta a
porta.
Perché avviene questo? Eppure nelle nostre
comunità non mancano certo le occasioni di incontro e le
proposte di attività.
Mi raccontava l’arcivescovo di San Paolo che, in
Brasile, molti poveri vengono “convertiti”, alle
centinaia di sette, attraverso l’utilizzo di grandi risorse
economiche. Alcune reti televisive raccolgono soldi da questa
povera gente promettendo loro lavoro o una casa, promessa poi non
mantenuta, ma intanto con questo sistema riescono a far
abbassare, ogni anno, di uno o due punti percentuali il numero
dei cattolici del Brasile.
Ora, da noi, il fenomeno è meno rilevante almeno per
quanto riguarda il proselitismo.
Il fatto che qualcuno abbia aderito ai Testimoni di Geova o
ad altre aggregazioni religiose perché possono aver
trovato un’accoglienza più calda oppure qualche
aiuto specifico non deve mandare in crisi le nostre
comunità che già offrono testimonianza di
carità e accoglienza, come le vostre parrocchie con i
centri di accoglienza per gli stranieri, le mense dei poveri, i
centri di ascolto.
Chi aderisce ad altre aggregazioni religiose lo fa
perché non ha una buona formazione cattolica e pertanto
non ha una fede ben radicata.
Quando ero parroco mi è capitato di sapere che una
famiglia o due avevano aderito ai Testimoni di Geova, ma non sono
andato in crisi.
Noi dobbiamo continuare ad essere propositivi, coerenti e
soprattutto con la nostra vita cristiana essere dei testimoni
credibili, e poi se qualcuno se ne va,… insomma: su dodici
apostoli anche Giuda se n’è andato.
Ha da poco ricordato il suo 50° anniversario di
ordinazione sacerdotale, e nella lettera per la Quaresima
“SOPRATTUTTO PRETE”, quando parla della sua vocazione
individua tre soggetti essenziali: la famiglia, la parrocchia ei
preti.
Dalla famiglia ha avuto la grazia di conoscere, credere e
amare Dio; dalla parrocchia l’incontro con la
comunità nelle celebrazioni liturgiche e da lì suo
desiderio di essere prete per servire gli altri. Ed in fine
l’incontro con quella particolare figura di sacerdote
felice ed entusiasta, che le ha fatto percepire con chiarezza la
chiamata di Gesù.
La crisi di vocazioni di questi ultimi anni è,
secondo Lei una conseguenza di una diffusa incapacità
delle famiglie , delle parrocchie e dei sacerdoti di saper
sostenere il desiderio di vocazione sacerdotale dei nostri
giovani?
Non farei la scelta di una causa rispetto ad
un’altra. C’è un complesso di motivazioni per
cui oggi scarseggiano le vocazioni rispetto a un tempo che, messe
tutte insieme, finiscono per avere un peso negativo nel cuore dei
giovani. I giovani oggi hanno in testa più la cultura del
benessere, del consumismo, del divertimento che il sentimento del
sacrificio e dell’impegno. Facciamo fatica anche ad averli
nei gruppi parrocchiali e, se abbiamo la fortuna che vengono a
fare gli animatori o ad andare a un campo scuola , riusciamo
ancora a coinvolgerli abbastanza bene.
Ma quando cominciamo a chiedere loro un’ora di
preghiera alla settimana, un quarto d’ora di preghiera
quotidiana personale, una direzione spirituale sistematica una
volta la mese, lei vedrà che questo gruppo si
assottiglierà ancora di più.
Purtroppo siamo immersi in una cultura e in una
mentalità, propagandata dai giornali e dalla televisione,
dove i valori cristiani sono eclissati e dove emergono
prepotentemente i valori materiali: lo star bene, il divertirsi,
la discoteca…
Aggiungiamo a tutto ciò che le famiglie
d’oggi, o perché hanno un figlio solo o
perché sono proprio mancanti di una proposta cristiana
(abbiamo ragazzi che arrivano al catechismo a sei, sette anni e
che in famiglia non hanno imparato neanche a fare il segno della
croce) e abbiamo trovato un insieme di cause.
Se dovessi pormi una domanda sul piano vocazionale mi
chiederei:”che cosa manca? Lo chiedo a me stesso e lo
chiedo ai vostri sacerdoti che so essere esemplari nella loro
vita e anche zelanti ed essere figure positive nelle vostre
parrocchie.
Forse, e lo dico ai sacerdoti con tanta fraternità e
dolcezza, manca il coraggio di proporre esplicitamente a dei
ragazzi buoni, l’ipotesi di donare la vita a Gesù
Cristo. Perché i ragazzi buoni non mancano; ci sono
ragazzi meravigliosi con una grande generosità a cui il
parroco o il viceparroco dica loro: “ma tu non hai mai
pensato di donare la vita al Signore al servizio della
comunità e fare il sacerdote?”
Non si tratta di forzare la volontà di alcuno ma di
fare una proposta di vita.
I nostri giovani faticano a trovare una collocazione
lavorativa stabile che garantisca loro la possibilità di
programmare un futuro. Vede delle soluzioni concrete e
proponibili al riaffermarsi della famiglia come era intesa un
tempo?
Non ho formule magiche per risolvere questo problema.
Intanto vedo che la precarietà del lavoro o addirittura la
disoccupazione e il non avere prospettive di un futuro abbastanza
garantito, almeno come reddito, indubbiamente rallenta o
impedisce ai nostri ragazzi di costruirsi una famiglia con
l’impegno del sacramento. Questo facilita le convivenze e
i rapporti prematrimoniali. Ma questa constatazione, aggravata
dal fatto che tanti giovani hanno i genitori separati o
risposati e hanno visto nella loro famiglia di origine un
fallimento o una precarietà, rende più difficile la
proposta di una famiglia fondata su matrimonio stabile che duri
per tutta la vita.
C’è un messaggio che voglio dare alle vostre
comunità che si preparano alla visita pastorale: dobbiamo
stare tutti attenti che non si finisca per creare una
assuefazione, in noi sacerdoti, in voi genitori, negli animatori
pastorali, negli animatori di gruppo, ad un costume che sta
diffondendosi per cui lentamente anche i buoni dicono “ ma
fan tutti così…quello va in vacanza con la
fidanzata…, vanno in un albergo…, prendono una camera
insieme come fossero sposi…, ecc…. Ormai, se non si
riesce a dire che non si può fare diversamente, creiamo
anche in noi l’assuefazione.
Certo io non posso impedire che questo avvenga o imporre le
mie convinzioni, ma devo ricordare il valore della castità
prima del matrimonio.
Poi come Arcivescovo e come cittadino cristiano di questa
città, devo avere l’attenzione sull’aspetto
lavorativo, sull’occupazione, sollecitando le forze
istituzionali ed imprenditoriali ad avere una sensibilità
sociale più forte e non solo a pensare ai loro interessi o
di partito, ma a pensare alla responsabilità sociale che
hanno, non per fare solo profitti, ma per creare nuovi posti di
lavoro e creare sviluppo
Dai suoi interventi presso le parti sociali ha poi avuto
una rispondenza nei fatti?
Ho ricevuto e ricevo spesso i sindacalisti di aziende in
crisi che mi chiedono sostegno e interessamento. Penso che sia
mio dovere richiamare, incontrare sindacati, disoccupati,
cassaintegrati, il sindaco, le istituzioni , la Regione e poi le
proprietà. Diverse volte ho incontrato la proprietà
della Fiat e di altre aziende in crisi. Come pastore di questa
chiesa non guardo solo la parte spirituale, ma guardo anche la
parte umana e sociale e cerco come mi è possibile, di
sensibilizzare in questo verso.
In occasione della festa di San Giovanni, ho detto che se
le industrie sono state per tanto tempo in un posto, hanno delle
responsabilità verso la gente che lavora per loro conto.
In seguito, in una azienda, hanno fatto un accordo positivo con
sindacati e lavoratori. I dirigenti torinesi sono poi venuti da
me, per comunicarmi il risultato del loro accordo. Ciò
vuol dire che quello che avevo detto a San Giovanni era arrivato
alle orecchie giuste.
Una certa risposta e attenzione alla voce della chiesa
c’è e il nostro ufficio di pastorale sociale del
lavoro diocesano, è sempre stato con gli occhi aperti
sulle realtà e, quindi, mi segnala le situazioni e, quando
posso, intervengo.
Nei giorni della sua visita alla nostra Unità
Pastorale incontrerà centinaia di persone, molte
desidereranno solo starle vicino e pregare con lei, altre
vorrebbero parlarle dei propri affanni e si aspettano da lei
quella parola nuova che li aiuti nel loro percorso di
vita.
Io ad esempio mi aspetto che lei ci porti un
“dono”. Quale potrebbe essere? E al temine della sua
visita che “dono” si aspetta di ricevere da
noi?
Come dono vorrei portarvi con la testimonianza, non solo a
parole ma coi fatti, che l’Arcivescovo vi vuole bene. Che
il vescovo e vicino a voi, anche se non materialmente
quotidianamente..
Vorrei portarvi in dono un’idea nuova del Vescovo
perché la gente pensa che il Vescovo sia lontano dalla
realtà. Venendo in visita pastorale (e questo l’ho
constatato in questi anni in cui ho visitato ormai i 5/6 delle
parrocchie, tutti hanno questa percezione di un Vescovo
così alla mano così vicino. Io vorrei portarvi in
dono questa testimonianza credibile e vorrei essere credibile
sotto questo aspetto.
Come dono vorrei ricevere da voi l’impegno che questa
novità delle Unità Pastorali non è un
pallino dell’Arcivescovo ma è la strategia pastorale
per i tempi che ci stanno davanti cioè che, se le
parrocchie vicine non si mettono in rete a lavorare tra loro, se
i preti non si danno una mano con interscambio, noi non salviamo
la fede delle nostre parrocchie.
Sarà sempre peggio! Le unità pastorali sono
una organizzazione della Pastorale della chiesa utile per
garantire il livello di vita cristiana e di fede
indipendentemente dalla variabile dei preti , perché deve
crescere la coscienza e la responsabilità dei
laici..
Quando verrò a fare gli incontri programmati, coi
giovani, con gli anziani, gli operatori pastorali, io dirò
qualche cosa ma poi starò lì ad ascoltare le vostre
domande..
Io vengo per dire ma soprattutto per ascoltare..
L’unità pastorale sia accolta con più
convinzione e portata avanti con più decisione. Secondo me
è la soluzione della pastorale dei prossimi
decenni..
Già oggi è così, quando muore un
sacerdote e devo sostituirlo, chiedo agli altri parroci della
unità pastorale come possono farsi carico di quella
parrocchia, perché vede dalla diocesi il rifornimento
è sempre più scarso, siamo in riserva già da
un po’.
In questi otto anni da che lei è il nostro
arcivescovo, mi può dire quali sono stati i momenti belli
e quelli meno belli?
I momenti belli sono quelli delle visite pastorali, quando
sto in mezzo alla gente, perché l’Arcivescovo non
è solo quello che fa le grandi celebrazioni necessarie in
una diocesi perché c’è anche la
necessità di prendere coscienza che si è parte viva
di una chiesa diocesana sotto la guida di un successore degli
apostoli. Sul vostro giornale (n° 3/2007) è stato
spiegato bene cosa vuol dire successore degli apostoli e quanto
siano importanti gli apostoli come fondamento della Chiesa,
perché essi sono l’anello che ci unisce a
Gesù Cristo.
Una delle cose che ricordo con tanta gioia, è
proprio lo stare in mezzo a tante gente. Le visite pastorali mi
danno veramente questo grande respiro. Stancano fisicamente ma mi
gratificano molto sul piano della mia vocazione di vescovo e di
prete.
Tra le cose non belle c’è certamente la
scarsità di vocazioni che è uno dei problemi che
sento di più e poi la fatica di evangelizzare. Nel mio
cuore e credo anche nel cuore dei preti, c’è che
siamo stati chiamati a portare il Vangelo, parlare di Gesù
e ci accorgiamo che dobbiamo parlare di Gesù a persone che
non hanno voglia di ascoltarci. Questo e duro per la nostra
missione..
Come Paolo che all’Areòpago di Atene parla in
modo brillante e dice: “ ho visto che avete costruito un
altare al dio ignoto, voi siete intelligenti perché avete
capito che tra tutte le vostre divinità forse
c’è un dio che non conoscete ancora. Io se
permettete vi annuncio chi è”.
Paolo parla di Gesù Cristo, parla di risurrezione.
Appena sentito parlare di risurrezione dei morti, alcuni dei
presenti cominciarono a deridere Paolo. Altri gli dissero:
“su questo punto ci sentiremo un’altra volta”
(Att.17,16-34) e lo lasciarono solo con Dionigi, che è
interessato all’annuncio di Paolo.
Ringrazio il cardinale arcivescovo per averci donato parte
del suo tempo e per averci accolto così
familiariamente.
L’aspettiamo monsignor Poletto.
a cura di Lino Bagnato